Difesa vittoriosa di un atleta professionista dinanzi al Tribunale Arbitrale dello Sport in un caso di doping

Il nostro studio ha rappresentato un atleta professionista risultato positivo, a seguito di un controllo antidoping effettuato durante una competizione, a due sostanze proibite, nel procedimento di appello dinanzi al Tribunale Arbitrale dello Sport (CAS) avviato dall’organizzazione nazionale antidoping competente.

In primo grado, il tribunale antidoping nazionale aveva escluso la responsabilità dell’atleta. Il pubblico ministero antidoping ha presentato ricorso al CAS, chiedendo un periodo di squalifica fino a sei anni, sostenendo che l’atleta non fosse riuscito a dimostrare che la violazione fosse involontaria.

In rappresentanza dell’atleta, abbiamo costruito la difesa sulla base di prove peritali e fattuali che dimostrassero che le sostanze provenivano da un integratore commerciale contaminato piuttosto che da un comportamento deliberato o imprudente, coordinando analisi di laboratorio indipendenti e testimonianze di esperti per ricostruire la dinamica dell’ingestione.

A seguito di un’udienza completa, il Collegio del CAS ha ritenuto che l’atleta avesse dimostrato, sulla base del principio della probabilità prevalente, che le sostanze provenissero da un prodotto contaminato e che il suo grado di colpa fosse normale piuttosto che considerevole.

Di conseguenza, il Collegio ha imposto un periodo di squalifica di soli otto mesi, sostanzialmente inferiore alla sanzione richiesta in appello e in gran parte coperto dalla sospensione provvisoria già scontata, e ha ordinato all’organizzazione antidoping di farsi carico di una quota significativa delle spese arbitrali.

Questo caso evidenzia l’importanza di una strategia difensiva scientificamente fondata e ben documentata per ottenere un esito proporzionato nei casi di doping da contaminazione dinanzi al CAS.

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